La salita del macello; la più breve, la più ripida. (parte 1)

Quando ero ragazzino, giravo con varie biciclette recuperate in vari modi, una di queste era un modello sport da uomo, molto grande per me e con rapporti ideali per la pianura. Nato e cresciuto a Brisighella, in questo paese scosceso e addossato su punte di gesso, per spostarmi dalla parte più bassa (la mia) alla parte alta, dove c’erano la piazza e il circolo dei giovani, dovevo “fare della salita”, la più breve ma anche la più ripida, era la salita del macello.

Ogni volta che la facevo era una sfida, prendevo poca rincorsa, non c’era modo di slanciarsi e bisognava spingere forte e specie negli ultimi dieci metri, la pendenza era ancora più marcata; era qui che per ben due volte, tranciai il manubrio in corrispondenza con l’innesto nel piantone, tale era la forza che imprimevo sulle braccia, quando in piedi cercavo in tutti i modi di arrivare in cima senza scendere.

Tutto iniziò da li, “arrivare in cima senza scendere”, è ciò che faccio ancor oggi, alla soglia dei quarantacinque anni, ogni volta che salgo sulla mia mtb per fare una corsa.

Dicembre 2015, la mia nuova sfida si chiama Leadville, un paese di minatori, nel Colorado centrale, “arrivato” dal vecchio west con poche “modifiche” e se non fosse per l’asfalto sulla Main e il Silver Dollar Saloon che fa bella mostra di se all’ingresso sud del paese, la zona più vicina alla vecchia miniera, si potrebbe essere ancora davvero nel vecchio west.

167km di gara sulle Rocky Mountains, una ultramarathon in mtb, distanza, dislivello e altura, quella vera, quella del Colorado, la zona più perfetta al mondo per pedalare in quota, con shorts e maglietta. I manicotti? servono più che altro a proteggersi dalla polvere, secca e abrasiva quando spinta dall’onnipresente vento, ma te li togli subito perchè a pedalare viene caldo.

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Durango. Facciamo un passo indietro, domenica pomeriggio sono a Durango, nel sud del Colorado, Agosto è la stagione del monsone, piove spesso, poco, in posti diversi. Quel pomeriggio piove sull’Animas Mount’n, abbastanza forte, io salgo fino ai 2400, il tempo per scaldarmi, cadere duramente dalla bici, anche, e riscendere per infilarmi nel Ned’s park, fare un paio di passaggi nell’intricato trail e una volta la bella Star Wars, una specie di Pump in discesa, ricca di paraboliche naturali su un percorso battutissimo ipercompatto.

Ma ll  bello viene quando imbocco, dalla parte opposta della città, un sentiero che avevo trovato studiando una mappa, l’Horse Gulch trail, che in men che non si dica ti porta al di fuori della città, ma come per magia, a pochi metri da essa.

E’ un pò il bello, questo, di girare e scoprire sentieri; vedere dove ti portano, seguire il flusso, la curiosità, la voglia di scoprire, di divertirsi.

Dentro questo sentiero imbocco diverse diramazioni, che mi portano sul famoso “telegraph”, molte volte avevo esaminato su strava i giri di Overend e Grotts, e spesso parte dei loro giri ricalcava questo sentiero.

Durante il giro incontro un locals, subito lo saluto e lo lascio andare, poi dopo qualche minuto, ci ripenso, lo inseguo, ci presentiamo e gli manifesto il desiderio di accodarmi a lui, per fare esperienza in quei magnifici trails!

Ne saltano fuori quattro meravigliose ore, duro e tecnico come dico io, c’è tutto, la fatica e il divertimento, l’allenamento completo di tecnica e potenza, siamo al TOP.

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