Strade.

Quest’anno c’era il sole, e già questo mi scaldava di parecchio, perché in realtà avevo freddo; sette e quarantacinque del mattino, sono sotto alle mura della fortezza medicea di Siena, un dieci di marzo che solo a pensarci mesi prima avrebbe fatto freddo così, solo a pronunciarlo; perché febbraio era li dietro, appena passato.
Capita sempre così, dopo il buio dei mesi “scuri” dicembre, gennaio e febbraio, appena vedi un po’ di sole non vedi l’ora di scoprirti gambe e braccia e poi ti ritrovi nel lungo serpentone che forma una griglia con qualche altro migliaio di ciclisti che, come te, sta aspettando di partire, e sei li ed hai freddo a stare fermo, mentre ti rinfranchi perché un po’ senti il calore degli altri corpi attorno a te e poi l’odore dell’olio canforato ti alza l’adrenalina e ti fa dimenticare tutto, ti fa ricordare che sei a Siena ed una fantastica avventura nelle strade bianche e nelle crete sta per avere inizio.
C’è un qualcosa di davvero speciale nel pedalare su strade non asfaltate, non mi piace parlare di “moda”, è una questione di cultura, è un qualcosa che ti riporta indietro nel tempo quando le prime biciclette conoscevano solo questo.
Poi, per me che sono romagnolo è qualcosa di più, per me che vivo in Romagna e a pochi chilometri da casa mia c’è il Cardello, la dimora di Alfredo Oriani, pioniere della bicicletta, dove nei miei giri solitari vi passo spesso di fronte. A volte poi mi sembra come di riuscire a vederlo a Faenza, quella domenica pomeriggio del 30 luglio 1897. La mia immaginazione quando pedalo è sterminata, la mente mi si apre e immagino, costruisco, penso e scrivo, si esatto, scrivo con la mente.
E’ l’effetto della bici.

Ho dovuto partir solo.
Insino a mezzogiorno avevo sperato che Orlandi, il mio giovane amico, (….) mi avrebbe accompagnato; egli lo desiderava anche più di me, ma secondo il solito questo desiderio tutto pieno di poesia non ha potuto realizzarsi.

Un desiderio “tutto pieno di poesia”, Alfredo Oriani sta per partire per un giro attraverso Romagna, appennini e Toscana e rientro in Romagna, solo appunto, perché l’amico non può andarvi, il racconto si intitolerà “Sul pedale” ed è uno dei testi più straordinari che lo scrittore ci ha lasciato. Mi ha sempre affascinato questa voglia di scoprire, di buttarsi su un mezzo nuovo, di viaggiare ed esplorare con la bicicletta; cosa è cambiato oggi? Poco o nulla, era il 1897, lo spirito con cui ti approcci ad una nuova sfida è sempre il medesimo; sono in griglia e le “strade bianche “ stanno per partire, fra pochi chilometri lasceremo l’asfalto e incontreremo il primo settore, mi sembra già di sentire lo sfrigolare delle ruote sulla ghiaia fine. Siamo come i pionieri agli inizi del novecento; almeno per me è così, l’essenza è la stessa.
E non potrebbe essere diversamente.

(….) Sono partito. Le vie della città erano deserte, deserto il lungo e triste borgo che si stende oltre il ponte; nelle molte bettole si beveva già in maniche di camicia, bianca, poiché era domenica e festa di non so quale Madonna.

Alfredo Oriani è moderno ed anche simpatico, il taglio con cui scrive sfiora sempre la comicità, la tragicomicità tipica di molti celebri autori romagnoli. Adesso possiamo dirlo, è attualissimo, il raffronto è molto evidente, se ne va una domenica come si fa ancora oggi; passiamo di fronte ai bar, vediamo gli amici che bevono e guardano il calcio alla tivù, oppure dita e occhi incollati allo smartphone, mentre noi stiamo pedalando per le nostre mete, le nostre piccole conquiste di ogni giorno.
Loro ti guardano con sguardi che sembrano compassionevoli, ed anche tu fai lo stesso mentre te ne vai pedalando via veloce.
Si perché il ciclismo è conquista quotidiana, pedalare è un’attitudine, la stessa da cento anni a questa parte, la stessa che io parta per la vetta più alta del mio appennino o che siano le polverose crete senesi, dove ho il numero sulla schiena, dove la fatica è addolcita dalle colline, dove la lunghezza della salita la misuri contando i cipressi oppure non la misuri e ti basta pensare che il giorno prima, proprio qui, ci è passato Geraint Thomas e Greg Van Avermaet.

La via Emilia mi è apparsa dinanzi larga diritta bianca polverosa; il sole vi cadeva acciecante, non una bava di vento: silenzio nei campi tutti coperti dal sole, giacché le ombre stavano ancora rannicchiate sotto gli alberi. Per la strada, lungo i margini, veniva qualche figura lontana.

Sono senza parole; ogni volta che rileggo questi passi resto sbalordito, i brividi che ho sulla pelle richiamano la stessa pelle d’oca che si prova quando, al mattino presto, esci in bici e devi scaldarti perché è ancora fresco. Tutto ciò è straordinario, una volta le strade erano tutte bianche, le biciclette vi correvano veloci come ora e come ora nel viaggio si inseguono sogni, montagne, birre gelate, bicchieri di vino e chissà quali altri pensieri. In fondo, non è cambiato nulla, siamo un numero infinito di pionieri che non finirà mai di scoprire.
E di scoprirsi.

Tiro su i calzoni a mezza coscia perché le loro pieghe non strofinino noiosamente la valigia, che riempie il telaio della bicicletta, salto in sella e do il primo colpo di pedale: andrò per Forlì e Santa Sofia, valicherò la doppia giogaia dall’appennino al Carnaio e a Mandriole, salirò ai conventi della Verna e di Camaldoli, e poi da Poppi a Siena, da Siena a Pisa, da Pisa alla Collina, dalla Collina a Bologna, da Bologna a Faenza. Coprirò così un migliaio di chilometri in dieci o dodici giorni, viaggiando sempre come adesso sotto il sole, in maglia, colle gambe nude e il piccolo berretto rigettato sulla nuca perché i raggi mi battano bene sulla fronte e ne caccino l’ombra fredda. E’ il primo viaggio vero della mia vita, intrapreso così senz’altro scopo che di viaggiare.

Non ci sono nomi, non è una classica, non è granfondo, non è ciclismo, non è sport, è un evento senza pettorale. Ma poi è anche gara, è sport, hai il numero di pettorale, è la stessa cosa che facciamo noi ogni domenica, non importa catalogare, classificare, parlare, dire, citare; basta pedalare, sono sempre le stesse bianche strade, a volte nere a volte bianche, siamo noi sulla bicicletta, il nostro corpo e la nostra mente un tutt’uno indissolubile e inscindibile.
Solo un soffio di vento, e un colpo di pedale.Oriani-3.jpg

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