Pioppaie, sabbia e pescegatto fritto.

Bè vabbè, dopo un titolo del genere, questo pezzo può anche iniziare così, con una specie di calembour “bè vabbè”, uno specie di slang in cui non ci soffermiamo sul fatto se, dovrebbe esserci o no l’accento su be o vabbe.

Questo potrebbe essere un prologo ma non lo è, non ci sono prologhi ne presagi, ci sono solo azioni, le più belle, quelle “prese di getto” o di petto, pensate poco e fatte tanto; come è nel mio stile.

Sveglia alle 6, dormire poco fare tanto, 180km e sono a Brescello; da Brisighella a Brescello, ci sono giusto quelle due orette di macchina. Lo scopo è quello di ritrovarsi, io e Roberto, per un giro in bici, come se nulla fosse, come se fosse una routine, vedersi una volta all’anno o ogni due e fare un giro in bici.

Odio la definizione “rimpatriata”, odio la malinconia di “una volta”. Basta, fare adesso, fare dopo, fare la prossima volta che ci vediamo; non esiste quello che si faceva, esiste quello che si fa, il tempo passa per le persone scialbe e svogliate, il tempo vola per quelli come me che pedalano forte e spesso; il tempo non esiste, esiste solo la tua testa, e quello che vuoi tirarci fuori. Dalla tua testa.

Oggi avevo in mente un cinque ore a testa bassa, menare sudare e faticare; 115km in 5 ore circa, strada, ghiaia, sabbia, terra, erba, fango, polvere… e anche una caduta, bellissima, di quelle che ti sembra di essere in gara, ti rialzi senza avere il tempo di una bestemmia, testa bassa e menare ancora.

Domenica 12 luglio 2020, una bella domenica, un anno di merda, ma lasciamo stare i convenevoli e restiamo coi piedi per terra anzi, con le ruote sulla ghiaia. Ho ancora negli occhi quei tratti ai 40 all’ora sul ghiaione grosso poco prima del giro di boa, verso Borgoforte.

I kilometri volano via spediti, Kerouac è partito da San Francisco verso Big Sur, autobus, taxi poi a piedi, mi sembra di vederlo seduto sul verde della costa, alla sua destra il ponte grande di prefabbricato (bellissimo) davanti a se l’oceano e i suoi pensieri sull’oceano, sui suoni del mare….

Pedalare è un’azione meccanica che si ripete all’infinito, spesso scolleghi il cervello, la corteccia prefrontale, il gesto si automatizza al massimo e tu pensi e vedi tutto ciò che ti capita, tutto ciò che ti balza alla mente.

E’ un vero mistero capire da dove vengono certi pensieri; forse la fame, la sete, ecco si tutt’e due, mentre Roberto perde la traccia e ci infiliamo in un anello in mezzo ai campi e sbuchiamo su un canale dove c’è un’immensa casa a palafitta, sotto un’allegra tavolata di persone di mezza età (noi siamo più giovani…) ci offrono gentilmente da bere, acqua frizzante e anche qualche prugna, mentre loro vanno verso il dessert (una bellissima cheescake ancora da iniziare) una donna sta finendo di friggere pesce gatto, pescato la mattina stessa. Come si farebbe a New Orleans, nello stesso identico modo, cuocendo i gamberi alla maniera Cajun in un capanno sperduto nelle paludi. Uguale.

Questo è una particella di giro con spirito Gravel, cercare una traccia e muoversi velocemente, il più possibile, un “Dirty kanza Emiliano”, una piccola prova giusto per capire su come ci si può orientare in futuro, seguendo il dinamismo proprio che evolve.

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