Passista o scalatore?

36552233_1698256140282246_4419527077070372864_nScopo del bravo preparatore è quello di individuare, attraverso test dedicati, non solo valori di potenza di riferimento (FTP) ma di saper individuare, in relazione all’FTP stessa, la giusta CPV (velocità di rotazione del pedale), cioè la più ottimale RPM che ogni atleta riesce ad ottimizzare dalle sue caratteristiche innate.

Detto questo, vorrei entrare nel delicato argomento del rapporto fra la potenza prodotta dal gesto pedalato, (watt), e la cadenza di pedalata, intensa nella maniera più specifica della CPV, ovvero la velocità di rotazione del pedale, prendendo spunto pratico dalla mia recente granfondo a cui ho partecipato il primo luglio scorso a Le Bourg D’Oisans, Rhone-alpes, 175km e circa 4000m D+.

Prima salita Hors Categorie, Col de la Morte; si attacca al 20° km, 13km di salita, media 8%, ho prodotto 232w medi per 78rpm, salito al 100% della mia FTP, decisamente troppo veloce per essere all’inizio di una corsa di 175km!morte
Seconda salita, sempre sui 13km ma con meno pendenza, più “stesa” e un pò spezzata da falsopiani, ho preso in considerazione l’ultimo segmento da 5km; 225w medi per 74rpm, salito all’88% della mia FTP, la salita si attaccava all’80° km.orno
Terza salita, la più bella, il mio “capolavoro”, anche questa classificata HC, Villard Reculas-Col du Sarenne che passa per l’ultima parte dell’Alpe d’Huez, si inizia al 102° km con ben 1251m di dislivello; 27km al 5%, potenza media 187w e 72 rpm medi.sarenn
Qualche considerazione: Nei tre GPM di questa corsa posso notare che la mia rpm ottimale, quella che mi viene naturale e che mi permette una buona produzione di potenza ed avere una certa economia, è fra le 72-78 rpm, in base alle pendenze ed alle lunghezze delle varie fasi della salita. Nella prima salita al 100% della FTP si registra la maggior potenza media e la maggior RPM media, ma si tratta anche della salita più ripida e relativamente breve rispetto alle altre.
la cadenza di pedalata, o la velocità della rotazione del pedale (CPV) è il dato sicuramente più importante a cui deve attenersi un ciclista, (forse più della potenza espressa come watt!), essa è strettamente correlata alla fisiologia di esercizio delle fibre muscolari; è assolutamente soggettivo e sempre molto differente il tipo di intervento di tali parametri.
in realtà la cadenza ottimale non esiste, così come non esiste la pianura assoluta oppure una salita al 7% costante, il ciclista pedala attraverso percentuali infinitamente variabili ogni giorno su ogni tipo di strada, ciò che serve davvero è uno studio approfondito sulla nostra pedalata e sull’intervento delle nostre fibre muscolari per esaltarne al meglio le peculiarità.
Uno strumento utile è il power meter che, attraverso l’analisi dei quadranti ci permette di capire l’azione muscolare inteso come potenza espressa in relazione alla velocità della rotazione del pedale.
E’ necessario studiare e ricercare La forza che si esprime sui pedali attraverso la CPV per ottimizzare gli allenamenti che vanno personalizzati per ogni atleta; la differenza fra passista/velocista e scalatore è appunto nell’intervento e nella natura delle fibre muscolari, che sono definite nella nascita ma si modificano lentamente nel corso degli anni di vita sportiva.Le variazioni di potenza sono strettamente correlate tra la velocità e la forza prodotta dai muscoli delle gambe per generare la potenza necessaria, in questo senso, la cadenza di pedalata si può intendere come “velocità di contrazione muscolare”.
Credo che sia importante capire come le fibre muscolari, divise nei loro principali gruppi, sono, come si sa, le bianche, spesse e rapide (FT), e le rosse, sottili e lente (ST) che a loro volta si dividono i diversi sottogruppi, non siano “realmente e giustamente” modificabili sostanzialmente dall’allenamento mirato, ma credo che possano essere leggermente coinvolte in un determinato piano di allenamento che per una stagione, o più precisamente per un determinato macrociclo, possano essere indirizzate ad un picco di forma vantaggioso nei confronti della competizione che si sta preparando, senza avere la pretesa di agire su modificazioni impossibili e strettamente legate alla genetica di ogni atleta.A questo punto viene da chiedersi se un allenamento ad “hoc”, mirato cioè a un certo “Firing” e di conseguenza allo stimolo di determinate fibre possa innanzi tutto realizzarsi in pratica ed in secondo luogo possa dare dei benefici.
Io credo che in base alla legenda del Quadrante si possa presupporre che un ottimo allenamento “ideale” sia da identificarsi a metà fra il primo e secondo quadrante nella parte alta relativa alla High Force, in questa situazione si intrecciano le maggiori situazioni di stress metabolico e muscolare, si lavora ad alto VO2MAX ed ad alta cadenza producendo elevati valori di potenza per intervalli elevati e quindi si potrebbe avere la duplice funzione di allenamento qualitativo, più adattamento delle fibre muscolari alla gestualità ed alla disciplina che stiamo preparando.Senza nome

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Analizziamo un XTERRA, prendiamo spunto dalla prova di Toscolano-Maderno; come si deve allenare una prova così intensa.

Xterra Italy lake Garda è una gara dura, difficile e selettiva, vediamo perché:

Partiamo dalla frazione a nuoto, il Garda è un lago molto grande, gli organizzatori hanno scelto di fare un giro da circa 750m da nuotare per due volte effettuando l’uscita all’australiana che rende ancora più selettiva e spettacolare la frazione, come dicevo il lago è grande per cui si possono anche trovare situazioni di onda medio alta ed in ogni caso correnti subacquee da tenere in considerazione, in ultimo, il giro “corto” da 750m con 2 boe disposte a triangolo, rendono la frazione difficile dal punto di vista tattico con situazioni di traffico e di gestione del contatto con altri atleti. L’acqua era di circa 20° ma la nuotabilità risultava pesante e poco fluida, come del resto sono tutte le prove in lago.

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La frazione MTB: usciti dalla ZC qualche centinaio di metri sul lungolago, qualche altro tratto urbano e dopo un km inizia la salita, 3,8km pendenza media dell’8% ma con punte fino al 19%, molto impegnativa, specie fatta subito pochissimi minuti dopo il nuoto, segue una discesa lunga e veloce piuttosto tecnica in singletrack ed arrivati in fondo pochi metri e parte la seconda salita, 1.6km leggermente più ripida e dal fondo abbastanza sconnesso per buona parte. Il finale è velocissimo, nonostante i fondi non siano sempre compatti e ci sono ancora impegnativi singletrack (Gaino), ultimi km URBAN su strada asfaltata e mista, ancora più veloci.

Per pedalare forte una frazione come questa in MTB occorre scendere nello specifico più profondo della preparazione e consiglio un profilo polarizzato 80-10-10; occorre lavorare duro in inverno per acquisire forza e gesto tecnico in contemporanea, lavorare con rapporti duri da seduto con bassa HR, in primavera occorre lavorare per innalzare la SG AN con lavori intervallati in Z4 e in Z5, questa programmazione può richiedere fino a otto settimane escludendo le giornate di gara eventuali che si potranno disputare.

mtb tosco

Nella foto si più notare una non proprio ottimale condotta di corsa MTB, dove la Z4 supera la Z3, segno che l’impegno è stato massimale, la zona soglia è chiamata a sopperire una evidente mancanza di potenza aerobica (vo2max). Ricordo che un atleta di endurance ha tutta la convenienza a sviluppare un buon VO2MAX perché in questo modo una maggiore quantità di ATP può esser prodotta attraverso il sistema aerobico, e quindi a “viaggiare” più comodamente in Z3 con la stessa velocità. Tuttavia, oltre 1h in Z4 fa capire come ci sia stato un buon turnover del lattato MLSS, e perlomeno, la frazione MTB è stata conclusa piuttosto brillantemente.

Passiamo alla frazione TRAIL:

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Nella foto appare evidente il primo km sul lungolago eseguito in significativa velocità, complice, l’adrenalina della T2, il pubblico, l’uscire dalla zona clou dell’evento, sempre di non facile gestione da parte di tutti.

Poi, il calvario, l’esubero di lattato che porta l’atleta all’inesorabile rallentamento, le salite infinite e ripide, i falsopiani che sembrano anch’essi insormontabili.

Per correre forte una frazione TRAIL nell’XTERRA serve, molta forza agli arti inferiori, ma serve che questa forza resti dopo un’intensa frazione di MTB, quindi parliamo di economia, ed entriamo nel cuore della preparazione, nell’ABC di ogni prova di triathlon, cioè allenarsi per pedalare forte e correre forte, senza risparmio, dopo aver nuotato forte.

Inutile dire come tutto ciò sia sempre nell’occhio del ciclone di ogni atleta e preparatore, dove tutto deve convergere per eccellere; alla base di tutto gli allenamenti combinati, multipli, ma soprattutto la consapevolezza che una prova di triathlon è l’unione di TRE discipline, non è allenare tre singole discipline.

Quindi, saper costruire un convincente prova a nuoto aiuterà a costruire una convincente prova in bici che a sua volta contribuirà a costruire una convincente prova di corsa. La sola concatenazione ottimale di queste tre variabili porta al successo in gara.

Nella foto possiamo notare ed intuire, dal 2° al 5° km un evidente rallentamento di passo che fa consumare molte energie all’atleta, gli fa aumentare l’accumulo di lattato che non è più smaltibile,

quindi siamo fuori dalla zona di MLSS, lo steady state del lattato, inoltre, allo sopraggiungere dei dolori al fegato, possiamo capire come siamo molto al limite, il ciclo di krebs non è più in grado di resintetizzare il lattato attraverso la lattato-dreidogenasi, per cui “entra in scena” il ciclo di Cori che attraverso il fegato tenta la resintesi, ma quest’ultimo è sempre difficoltoso, se l’atleta non è ben allenato e non ha svolto un notevole lavoro intervallato alla soglia, e questo è facile quando parliamo di atleti endurance che svolgono molti allenamenti polarizzando le intensità.

Quindi, un XTERRA richiede una preparazione ancora più specifica, polarizzata si, ma anche molto concentrata su un lavoro intenso in zone massimali.

Negli ultimi km, dal 7° all’11°, è possibile notare come l’atleta sia riuscito a smaltire il lattato e rientrare nello steady state e a raggiungere una considerevole velocità che lo porta brillantemente a chiudere la prova sotto le 4 ore totali.

Per concludere, credo che questa specialità offroad del triathlon porti a situazioni ancora più estreme, ancora più difficili da allenare, è molto importante partire con basi già consolidate, non si improvvisa nulla ma si impara sempre tutto, e prima incominci, più ti diverti.

L’allenamento perfetto

Per fare bisogna sapere, per sapere bisogna conoscere, per conoscere bisogna provare.

L’allenamento perfetto in realtà non esiste; non esiste nulla che non sia più efficace di una cosa che tu puoi fare per te stesso, ma anche affidarsi ad un preparatore è una cosa che puoi fare per te stesso.

In realtà, dietro alla difficoltà di fare un mestiere come il preparatore fisico, c’è una capacità comunicativa, una capacità visiva e una capacità immaginativa, tutti strumenti indispensabili per poter, anche solo minimamente, avvicinarsi alla vita di una persona, e guidarla verso una determinata condizione.

Perchè dico minimamente? Perchè lo spettro è ampissimo, e nella prestazione finale di un atleta che raggiunge un obiettivo, ritengo che l’incidenza del coach sia in parità, se non in maggioranza, attribuibile ad una capacità relazionale, mentre in una minore ad indicazioni tecniche.

Detto questo, la difficoltà di questo lavoro è davvero comprendere le qualità degli atleti ed esaltarla, ma per fare questo occorre conoscere la persona, in fondo, un atleta è una persona, anzi, prima di essere atleti sono persone e prima di aiutarli a raggiungere “obiettivi meccanici” bisogna cercare un’importante e fruttuosa via di comunicazione, basata sulla franchezza, la fiducia e il rispetto.

La comprensione profonda di ciò che ci apprestiamo a fare, ci darà il giusto modo di approcciarci e dedicare di conseguenza il relativo interesse, ed in ogni caso, l’interesse che merita.

Detto questo, vorrei ora parlare di allenamento come fattore stressogeno che porta l’atleta al miglioramento delle proprie capacità quindi a comportarsi meglio durante una prestazione se non addirittura a raggiungere il tanto desiderato obiettivo stagionale.

La somministrazione dell’allenamento ha come inizio la valutazione dello stato attuale, l’analisi delle capacità atletiche ed organiche; un test valutativo sarà inteso come punto di partenza, il dato che avremo ricavato sarà un valore puramente di riferimento, ma assieme anche oggettivo; l’importante sarà prendere un riferimento e confrontarlo nel tempo con i test successivi che dovranno avere tecnicamente le stesse condizioni.

In questi anni, la mia concentrazione massima è stata focalizzata sull’uso dei misuratori di potenza e sui cardiofrequenzimetri, che usati assieme, nel ciclismo e nel triathlon, danno un profilo piuttosto completo sulla condizione dell’atleta e sulla prestazione che sta effettuando; il power-meter ci dà un parametro oggettivo di ciò che stiamo producendo in termini di energia sviluppata, mentre il cardio ci dà una risposta organica che deve servire da interpretazione raffrontandola con il dato di potenza.

Questo valore, relativo alla potenza, opportunamente calcolato è l’FTP, la potenza funzionale alla soglia.

La FTP è un valore utile, ripeto, a titolo sia riferimentale sia oggettivo, ma se vogliamo anche troppo “grossolano”, in quanto i range di watt che ne risultano possono essere troppo ampi, nel caso di una preparazione di un atleta di livello che cerca la performance assoluta.

Infatti, la metodologia che studio e che applico è la polarizzata, dove è fondamentale riuscire ad individuare il punto esatto in cui, in prossimità della soglia anaerobica, il lattato è in parità, ovvero nel suo perfetto turnover, ossia tanto viene prodotto e tanto viene smaltito.

L’allenamento alla soglia per sviluppare una potente frazione utilizzabile di Vo2max deve basarsi su un dato preciso ed unico per non fare errori di somministrazione in cui il carico di allenamento sia troppo intenso (dove si andrebbe ad allenare solo la Vo2max) oppure troppo blando andando a potenziare in questo caso solo la Z3.

Tempo fa ho eseguito prove in pista di atletica dove andavo ad individuare, tramite test Conconi, la zona di deflessione, che se non altro, fornisce un dato preciso per quanto riguarda il punto di riferimento, cioè la soglia anaerobica, peccato che, la “violenza” di tale test non consenta all’organismo di gestire il lattato come dovrebbe, cioè di riutilizzarlo arrivando gradualmente al turnover, mentre invece nell’atleta avviene una superproduzione che non si smaltisce e che viene accumulata fino al punto in cui tutto il meccanismo cede cercando forzatamente la via aerobica per lo smaltimento, facendo decadere la prestazione.

In realtà un “vero punto di soglia” non esiste, ma esiste il momento in cui la produzione di lattato diventa ingente e l’organismo non è più in grado di resintetizzarlo; il test Conconi indica questo punto, il preparatore annota il dato di frequenza cardiaca e su esso calcola le zone di allenamento, ma ciò che manca appunto, è un profilo più completo che analizza la cinetica del lattato.

Un test FTP, per il ciclismo, è più completo e attendibile; produciamo un wattaggio ad un regime organico massimo possibile, nell’arco di almeno 20′ eseguito con progressione regolare dove la produzione di lattato aumenta ma con gradualità.

Per la corsa a piedi invece, un test che definirei analogo e alquanto valido è quello dei 5000m, eseguiti in adeguata progressione meglio se in pista di atletica.

Recentemente, nuovi software, permettono l’analisi più approfondita del wattaggio prodotto e della frequenza cardiaca sviluppata per la prestazione, e l’analisi di curve di potenza permette l’idividuazione di punti precisi in cui un atleta deve concentrarsi per eseguire allenamenti performanti al 100%.

Ritornando sulla FTP, in realtà il dato che si ottiene è legato al test, cioè alla prestazione in se stessa che deve essere massimale (60′ il protocollo originale, portato a 20′ per questioni pratiche), le zone che si ricavano rappresentano i limiti massimali a cui ci si deve riferire per ogni seduta di allenamento; ogni prestazione fornita, che sia gara o allenamento avrà come parametri principali la potenza media espressa per tutta la durata dell’evento, la potenza normalizzata (NP, è una media che tiene conto dei picchi negativi e positivi) e anche la FTP relativa alla prestazione.

Più la FTP è alta e quindi è più vicina alla FTP del test e più la prestazione è stata significativa, allo stesso modo anche l’analisi della NP e non da ultimo le analisi delle medie massime per lassi di tempo dai 5” ai 5′ e oltre a seconda dei software utilizzati.

In definitiva un misuratore aiuta nella preparazione, nell’individuare impeccabilmente le zone allenanti, nel monitoraggio della progressione degli allenamenti, cioè per la crescita dello stato di forma, nell’analisi del lavoro svolto e anche durante la gara, utilizzando diversi accorgimenti sulle schermate dell’interfaccia, è possibile impostare una linea guida per esprimere un wattaggio regolare ed adeguato alla competizione che si sta affrontando.

Nella foto sotto si può osservare una sintesi di diversi allenamenti dove possiamo notare i valori importanti che consentono il monitoraggio delle performance, le medie massime per 5”, 1′, 5′, 20′ e la FTP prodotta ad ogni giro! E’ chiaro che per stabilire le zone serva impostare una FTP che provenga da un test (in questo caso 285w), ed è singolare pensare che ad ogni allenamento alla fine corrisponda una diversa FTP a seconda dell’intensità.

Se vuoi saperne di più contattami qui: samueleperoni71@gmail.com

Senza nome

Correre per le montagne.

“un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è (appunto) una macchina per generare interpretazioni”.
Prendo spunto da questo scritto di Umberto Eco del 1983, direi che è una frase straordinaria che trova, se vuole, tante collocazioni in tanti ambiti; io naturalmente voglio applicarla nell’ambito sportivo, nella parte più profonda dello sport di cui voglio parlarvi, la corsa in montagna.
Un corridore non deve fornire interpretazioni delle propria corsa, altrimenti non si dedicherebbe a correrla, tuttalpiù il risultato finale è una macchina per generare interpretazioni.
Ecco, la frase di Eco applicata nel suo significato nel contesto della corsa.
Una corsa non va quindi interpretata, va studiata, preparata ed eseguita e alla fine, il risultato finale farà parlare di se ed ognuno potrà liberamente dare la propria interpretazione.
Un atleta quindi deve avere secondo me un approccio in primo luogo profondo verso la corsa che sta preparando, è importante capire che non sono fondamentali i mezzi con cui si affrontano le prove ma il modo in cui si preparano le prove.
C’è in ognuno di noi una maniera assolutamente personale di vivere e prepararsi alla corsa, è qualcosa di profondamente nostro di cui spesso è difficile parlarne agli altri aspettandosi che gli altri capiscano ciò che stiamo provando o ciò che abbiamo provato.
Io ammiro tutti coloro che corrono con rispetto, verso gli altri, verso la corsa, verso ciò che li circonda e cerco, ogni volta che conosco persone nuove, di capire cosa questi hanno da offrirmi e spero con le nuove conoscenze, di arricchirmi e di raggiungere un poco alla volta quello che ancora mi manca, come persona.
Gli atleti sono persone, le persone possono essere atleti; siamo davvero sicuri che per correre veloci sulle montagne abbiamo solo bisogno di scarpe, allenamenti tecnici, integratori?
Sappiamo bene che non è così, ed infatti nei momenti duri, dove si soffre, dove si devono sostenere grandi sforzi, l’unica cosa che davvero ci aiuta è ciò che viene generato dal cervello.
Ciò che ci portiamo dentro lo facciamo uscire ad ogni nostro gesto, la rabbia o la felicità condizionano la nostra vita verso noi stessi e nelle relazioni con gli altri.
Ecco ciò che serve davvero per correre per le montagne, ciò che in fondo serve ogni giorno.
Anche questo è coaching.

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Mancano 11 mesi a Mont Tremblant Ironman Triathlon.

…. Intanto domenica ho portato per l’ennesima volta il mio corpo alla massima velocità che mi è possibile correndo su un percorso naturale, emozionante, difficile, veloce, tecnico ed impervio, il Gessi Wild Trail ha subito una evoluzione importante e significativa, diventando una gara molto difficile e selettiva.

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Il percorso si snoda sulla vena gessosa che emerge fra Borgo Tossignano (BO) e Brisighella (RA), una trentina di km direi 90% single track con circa 1700m di dislivello positivo, caratterizzati da pendenze molto aspre, specie nel tratto che da Borgo Rivola porta sul Monte della Volpe con un’ascesa ripidissima!

La gara va fatta a tutto gas, se non è possibile fare questo è perchè il condizionamento non è stato sufficiente per resistere e vincere sulla prova; è stato molto bello vedere come rispondeva il mio corpo, bello e anche doloroso.

Ci sono molti modi di vivere una gara, correre alla massima velocità possibile per tutta la sua durata e gestire la situazione; ciò significa portare alla massima pressione i vasi sanguigni che si riempiono e si svuotano in seguito alle contrazioni, eccentriche e concentriche, ma in una gara intensa e regolare, che ti obbliga a “stare sempre in tiro” come è il trail, la pressione sui vasi è continua ed è molto difficile gestirne le sensazioni.

Poi c’è il lattato, e il suo steady state, che c’è perchè altrimenti non ci potrebbe essere la endurance, ed un atleta si esaurirebbe in poche decine di minuti.

Quindi, mi chiedo, dov’è il godimento della corsa? La corsa in se stessa è sofferenza, è resistenza alla sofferenza. Il godimento può derivare dalla resistenza che si prova durante il tempo che passa, che intercorre fra la partenza e la finish line, ed è interessante notare, io stesso ho notato più volte, che più alta è la velocità e più lunga la distanza che si percorre e più la percezione del tempo che scorre si assottiglia, passano quattro ore che sembrano una. Oppure il godimento arriva quando finisce la corsa! E quindi l’atleta è un masochista che cerca il dolore, intensamente e corre aspettando l’attimo per dire BASTA! e beneficiare del calo della pressione, del rilascio ormonale che scatta subito dopo, della gioia per aver portato a compimento un’azione di velocità, di competizione verso noi stessi, verso lo spazio che ci circonda e da ultimo, verso gli altri.

Questa è la giusta sequenza, l’unica vera ragione costruttiva per cui un uomo si deve allenare per superare la prova.

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Le scarpe che ho comprato a Crested Butte.

Era il 9 Agosto, al mattino avevo fatto mtb salendo sullo Schofield Pass e scendendo giù dal sentiero 401 mi ero gasato bene bene, una bella birra mi ci voleva proprio, quindi al pomeriggio mi feci due passi per la town.

Elk Ave Elk Ave! stupendo!

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Lascia i dollari sotto al sasso and go!

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Queste sono le scarpe che ho comprato a Crested Butte, Queste sono le scarpe con cui sono salito sullo Stromboli un anno dopo, cioè il mese scorso, ma sono anche le scarpe con cui sono caduto il 16 agosto nel sentiero Martel, mentre avevo ancora nella testa il ricordo della notte precedente, dove vidi una bellissima stella e la baciai.

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Stromboli e la sua magia, la Sciara, il pizzo sopra la fossa, le mie scarpe sulla sabbia nera, le mie mani su questa terra piena di sentimento e significato.

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le mie mani e i miei piedi sulla terra e sull’aria, per volare e camminare, per volare, per correre, per andare a fondo in tutte le mie emozioni.

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Emozione di sentire la voce sottile e tremenda del vulcano, a 900m sopra il mare, solo quel suono, solo quel grido soffocato e ribelle che viene dal centro della terra, come la mia voce viene dal mio cuore.

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La piccola storia sospesa nel mezzo.

“Faceva molto caldo, erano le 13 del pomeriggio di una domenica di inizio agosto, avevo la muta e stavo per gettarmi in un lago, la cui acqua a sua volta, era calda; erano passati 20 mesi dall’ultima gara di triathlon, era il 1 novembre 2015, ed ero a Maui per Xterra WC, poi dissi stop”

Viaggi, gare, esplorazioni. Agosto è volato via come il fuoco vola dalle fiamme, mi sono riaffacciato nel mondo del triathlon, partecipando con rinnovata passione allo sprint di Osiglia nell’entroterra ligure, in provincia di Savona.

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Gara molto ok,  (11° M2) anche se lo sprint è corto, è sempre infame, e non è scontato portarselo a casa, specie con poche ore di training sia in piscina sia di corsa.

poi sono volato in Francia, ed il giorno dopo, con partenza da Le Bourg D’Oisans mi sono fatto una magnifica longride.

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Talmente bello che il giorno dopo mi sono spostato di 220km, andando a sud, attraverso Col D’Ornon, Col du Parquetout e Col du Festre, una zona bellissima immersa nelle campagne raggiungendo Malaucene per prepararmi all’attacco del Ventoux.

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Devo dire che il Ventoux è davvero duro, la salita non dà quasi mai respiro, 16km durissimi e solo gli ultimi 3-4 ti consentono di mollare la presa e pedalare più easy.

Il Viaggio.

Il mio è un monologo che rifluisce di continuo, l’auto, la musica di Suzanne Vega che mi ha accompagnato sempre, aprendomi mistiche visioni a volte, mescolate con le tracce dei luoghi che attraversavo. Il monologo si spezza quando l’auto si ferma e scendo, per ascoltare il suono della natura oppure, per parlare con la gente.

Parlare. Conoscere. Esplorare.

Non prendo quasi mai nota delle persone che conosco, le memorizzo e basta, associo i ricordi alle idee,  le accosto ai luoghi che diventano simboli, i simboli diventano monumenti; a volte ritorno sui posti già visitati, altre volte no, ma spesso questi monumenti restano impressi nella mia mente acquisendo una sacralità tutta loro. Così come è successo a Castellane, piccola città immersa nella magia del Verdon.

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Tengo un ricordo bellissimo di questa cittadina, piccolissima, più di Brisighella, sono stato davvero bene ed ho incontrato persone stupende. Situazioni che possono lasciare un segno nella vita.

Coaching e lifestyle.

Sono coach, alleno le persone che si rivolgono a me, che chiedono la mia consulenza; io parlo con le persone e tutto parte da lì. Quando parlo e le persone mi ascoltano, loro salgono sulla mia carrozza e le guido. Questo è ciò che la gente vede, ma in realtà, nessuno lo può sapere ma ciò che amo è conoscere le persone e arricchirmi di loro, scoprire il loro lifestyle, vedere come si allenano “o come tentavano di allenarsi”, scoprire le abitudini, gli aspetti personali della quotidianità. Anni fa il cantautore Ivano Fossati scrisse nelle note di un disco “La piccola storia sospesa nel mezzo non è certo soltanto mia”, qui dentro c’è tutto il concetto di ciò che voglio esprimere, ed è incredibile come sia meravigliosamente vero tutto ciò, indipendentemente dal fatto che a parlare sia un atleta, un musicista, uno scrittore, una persona qualsiasi, chiunque. Tutti abbiamo un corso da seguire, una storia da fare e da raccontare, siamo sospesi nel mezzo mentre attorno a noi ci sono tutti gli altri, immersi nei loro mondi con i loro obiettivi.

“Almeno una volta l’anno, vai in un posto dove non sei mai stato prima.” Dalai Lama

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What i did, ciò che feci un anno fa.

Il 13 agosto 2016 ho corso la leadville trail 100 MTB, una gara in mtb che parte da leadville in Colorado, arriva sul GPM situato sul monte Columbine a 3800 metri sul mare e a ritroso si ritorna a Leadville.

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La partenza, alle 6,30 del mattino, è ad un’altitudine di 3100 metri, ci sono pochissimi gradi ad accompagnarti in quegli attimi iniziali, molto turbati da una miriade di preoccupazioni.

Questa era la gold corral, io ero molto indietro…

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Per me in particolare fu quasi un dramma, inizialmente, scaricando le bici dal pick-up, la mia era senza numero, era volato via nel tragitto dal residence a Copper mtn fino a Leadville, come raccontai lo scorso anno, il numero mi fu prontamente rimpiazzato da Abby Long, ma ebbi anche un altro grosso problema, la ruota anteriore mi si era sgonfiata a zero, e anche dopo esser stata gonfiata non teneva; furono attimi terribili, la corsa stava per partire e io avevo l’anteriore ad 1 bar!

Non mi persi d’animo, partii e in fondo alla prima discesa, ai laghi mi fermai ai piedi della salita e tentai di gonfiare con la bomboletta, senza tanto successo, la mia gara proseguiva affrontanto la prima salita, ero partito dall’ultima griglia e facevo sorpassi all’impazzata per recuperare, avevo una condizione splendida, ero al top.

In cima alla prima salita, il Sugarloaf, c’era il gazebo della Mavic e chiesi assistenza, me la feci gonfiare a 2,5 bar per esser sicuro. Non la toccai più.

in cima al Sugarloaf

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I sorpassi continuavano, in discesa come un pazzo, prima sull’asfalto, dove mi sedevo sul top-tube come i pro su strada e dopo giù dalla Powerline una tecnica e veloce discesa provata qualche giorno prima.

Il mio obiettivo era la Gold Buckle, finisher in meno di nove ore, e avevo i mezzi per farlo, ma purtroppo prima il problema all’anteriore e poi una foratura alla posteriore mi fanno perdere altro tempo ed energie.

La gara prosegue, passo gli amici messicani, Alfredo il più veloce lo prendo sul Columbine, nel video che mi ha girato nel sorpasso si vede che pedalo bene; high torque-high cadence, massima potenza ed economia, stavo scalando il GRAN PREMIO DELLA MONTAGNA A 3800 metri sul livello del mare, la gara più emozionante della mia vita, la condizione migliore della mia vita fino ad ora.

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Gli ultimi chilometri sono segnati da una lenta agonia, pochi crampi, gestibili, prima di risalire la Powerline (a ritroso) nel tratto asfaltato in falsopiano, mi diverto con un gruppetto di giovani ragazzi sponsorizzati, quindi semi professionisti (più o meno come me a parte i miei 44…), bici nuove e tirate, tiriamo come dannati cambiamo e ci stanchiamo, ma alla fine li stacco io! Ad un tratto non ricordo come ma spariscono e resto solo ad affrontare il Powerline. Un macello, scendo a piedi, sono circa al 130 esimo, guardo di continuo il garmin, sono sulle sei ore e mezza circa, si fa! Ci sono per le nove ore, se non fosse per altri dolori, ai piedi, alla schiena, a tutto, le energie vanno a zero e tu sei li a pochissimo, al 160 esimo chilometro ero a leadville, ma ce ne sono ancora 7 di km, si aggira una zona bassa del paese, si risale un letto di un torrente secco con pietre grosse, c’è il vento contro, ancora tanti minuti, e alla fine saranno 22, dopo le nove ore.

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Finisco 381 assoluto su 1400 arrivati ma i partenti erano molti di più, forse partendo da una griglia più avanzata o centrale e gestendo bene le energie, avrei potuto stare nei primi 200 e abbondantemente sotto le 9 ore. Ma questi sono altri discorsi.

Silver Buckle per me, tutta la vita…. great satisfaction!

Il Viaggio e l’avvicinamento.

Domenica sette agosto a Durango, duemila metri, quattro ore di mtb infinitamente belle e a tutta!

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Due giorni dopo arrivo a Crested Butte, siamo a 2900m, quando salgo lo Schofield Pass a 3400 accuso problemi di respirazione ma tranquilli, mancano ancora tanti giorni ed il mio corpo si sta già adattando alla rarefazione dell’ossigeno, rimpiazzando lentamente giorno dopo giorno il 2,3 bifosfoglicerato a livelli adatti per ben sopravvivere a queste alture.

A volte, anzi spesso, l’ignoranza generale e la mancanza di studio (o di pagarsi un coach…), fa fare o dire cose assurde a chi deve preparare un gara in altura; in realtà basta poco, molto poco.

Il giorno 13 agosto ero davvero al top della mia condizione, mi sono presentato a leadville con diecimila km nelle gambe e carico al punto giusto per poter fare davvero la gara della vita.

Si dice di leadville:

The Leadville Trail 100 is an icon of a race in the world of marathon cross-country mountain bike racing, and with this year’s racer head count topping out at just under 2,000 it continues to gain popularity worldwide. For 2016, there were racers from 22 different countries attending the race to bring home a prized gold belt buckle for bragging rights in their local cycling community. The race starts at 10,152 feet in elevation and features over 10,000 feet of climbing at over 10,000 feet with a high point of 12,424 to ensure everyone is at their limits.

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Leadville to Columbine to Leadville :: 100 miles (160km)

The Leadville Trail 100 is a race for the professionals who take the start, but for everyone else it is a battle. It’s either a battle to finish within a certain time, or to merely finish within the 12-hour cutoff. Completing the grueling course is an accomplishment and no matter the time or the placing, a celebration is in order.

Ciò che scrissi il 4 agosto 2016:

Diecimila kilometri, il jazz e l’improvvisazione.
ho sempre amato il jazz, principalmente per un motivo, la sua componente improvvisativa mi affascina. Non potrei vivere senza improvvisare qualsiasi cosa, qualsiasi azione, qualsiasi idea che mi parte dalla testa deve avere la sua componente improvvisativa.
Perchè improvvisare significa esplorare, mettersi alla prova ed affrontarla coi mezzi che si hanno “in tasca”.
In fondo fare una gara o affrontare una lunga prova col corpo e con la mente è simile ad eseguire, suonando, un brano jazz; esiste in tutto questo una parte composta, cioè scritta e arrangiata, e una parte improvvisata.
Ma il jazz non è il solo a sobbarcarsi questo onere, a sostenere questo “impegno” sulla legittimità dell’improvvisazione, anche mille anni prima, prima cioè che la musica afroamericana prendesse forma, successe la stessa cosa con la musica polifonica; quando i monaci eseguivano i canti Gregoriani, questi erano totalmente improvvisati, ricordati e riprodotti, ed ogni esecuzione era unica.
Ecco, l’unicità.
In quest’ottica, la preparazione diventa come un valore quasi non necessario, un “di più” che sotto un certo punto di vista non serve; raccogli il coraggio e le tue forze e valuta cosa puoi fare, improvvisando con le tue possibilità.
Vogliamo chiamarla consapevolezza? oppure, andando più in profondità, la capacità immediata di essere consapevoli su ciò che possiamo fare?
Bene, detto questo, fra pochi giorni il mio viaggio finirà, nello specifico, sono otto mesi che mi sto preparando per una PROVA, la Leadville 100 MTB, e il 13 agosto tutto finirà, o meglio, inizierà la parte più bella e più significativa del viaggio.
Cosa mi porto in Colorado? La consapevolezza di potercela fare? Sicuramente questo sì, rafforzata da diecimila kilometri percorsi in bicicletta in questi otto mesi.
Quanto influirà la mia capacità di improvvisare e quanto la mia preparazione?
Ora non posso saperlo, ma nel frattempo sono consapevole di essere, l’insieme di tutte le mie esperienze, le mie gare, tutte le situazioni che mi hanno costruito fino a qui per diventare più maturo e più forte, in una linea di partenza, come sempre gremita da altri atleti, tutti forti, tutti unici, tutti diversi e tutti uguali.
tutti uguali in fondo, ma diversi, perchè dove finisce il nostro corpo, inizia la nostra unicità.

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One night in Tunisa.

Molto probabilmente Dizzie Gillespie quando compose ONE NIGHT IN TUNISIA in realtà pensava a tutto all’infuori di quello.

A cosa si ispira un compositore, non tanto nell’opera in se stessa ma riguardo al titolo dell’opera stessa, è sempre un celato mistero.

Ne sono pienamente convinto.

Altrimenti non si spiegherebbe la bellezza ingiustificata e innominata di certi luoghi, mentre tutto ad un tratto ti rendi conto che stai assaporando la magica poesia di un posto e ti accorgi che hai appena dimenticato dove sei, e potresti essere ovunque.

Ecco perché Gizzie in realtà non voleva parlarci, con la sua musica, di una notte in Tunisia, cosa peraltro molto generica, ma piuttosto ad un’idea che lo “tormentava” in quel preciso momento, un’idea fatta di composizione, di improvvisazione, di movimento, di luce, di colore, di aria, di lingua e di parole.

Tutte cose che ho visto ieri sera, attraversando le saline di Cervia al tramonto, mentre assaporavo le luci, i colori, il movimento, l’aria, la lingua e le parole, cercavo la mia improvvisazione e mi perdevo in quel luogo.

E avrei potuto essere ovunque.

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Mi piace pensare che sia una Telecaster.

“Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione, andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in treno. La bicicletta siamo ancora noi, che vinciamo lo spazio ed il tempo; stiamo in bilico e quindi nella indecisione di un giuoco colla tranquilla sicurezza di vincere; siamo soli senza nemmeno il contatto colla terra, che le nostre ruote sfiorano appena, quasi in balia del vento, contro il quale lottiamo come un uccello.
Non è il viaggio o la sua economia nel compierlo che ci soddisfa, ma la facoltà appunto d’interromperlo e di mutarlo, quella poesia istintiva di una improvvisazione spensierata, mentre una forza orgogliosa ci gonfia il cuore di sentirci così liberi.

Sono parole di Alfredo Oriani scrittore e ciclista romagnolo che pubblicò nel 1902 il volume “La bicicletta”.

Ho scelto di utilizzare questo incipit perchè Alfredo era romagnolo ed in questo articolo voglio raccontare la mia esperienza, seppur in maniera fuggitiva, anzi fugace, al Rally di Romagna 2017, gara a tappe in MTB che si è svolta i primi cinque giorni del giugno scorso, ma non solo, il tema del viaggio e del viandante che affiora dal testo mi fa impazzire e mi richiama ad Hessiane memorie, esperienze interiori, di viaggi, appunto, di vita, di trasfigurazioni, di mutamenti, della vita che passa, accarezzando la concezione del tempo che trascorre ma che non ti fa invecchiare, ma bensì ti matura.

E’ un pò come parlare sempre del bicchiere mezzo pieno, io lo vedo così, sempre mezzo pieno e con la smania incessante di riempirlo di continuo, di trovare sempre una continua ed esaustiva positività, che esaustiva non è mai, in realtà.

Se la vita è un viaggio, allora le corse e gli eventi sono viaggi all’interno di viaggi, il viaggio va compiuto per assaporare e captare fino in fondo il percorso e scoprirne le peculiarità, in un viaggio cerco la fusione fra me stesso ed il tempo che mi circonda all’interno stesso del percorso, nel percorso ci saranno persone, cose, eventi, situazioni, piaceri e sofferenze, in un viaggio voglio trasfigurarmi, trovare e godere appieno di un arricchimento interiore che in realtà è un lungo processo di maturazione.

Il nome e la forza del viaggio è l’insieme stesso di tutte le descrizioni che fai e le sensazioni che provi.

Il Rally è una prova dura nell’arco di cinque giorni, cinque giorni in cui ho lottato spingendo al massimo che potevo ad ogni gara; perchè è così che si affronta una competizione, senza risparmio, perchè l’allenamento svolto fino a quel giorno ti deve aver preparato a ciò che devi affrontare, diversamente, stai a casa.

Cinque giorni a tutto gas, con la musica a palla che ti risuona nel cervello, con la tua voce che urla, con la batteria che picchia, con il basso che mena e con quella meravigliosa chitarra….

Mi piace pensare che sia una Telecaster.

qui in foto con Fabio Salvador, Portugal.

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