What i did, ciò che feci un anno fa.

Il 13 agosto 2016 ho corso la leadville trail 100 MTB, una gara in mtb che parte da leadville in Colorado, arriva sul GPM situato sul monte Columbine a 3800 metri sul mare e a ritroso si ritorna a Leadville.

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La partenza, alle 6,30 del mattino, è ad un’altitudine di 3100 metri, ci sono pochissimi gradi ad accompagnarti in quegli attimi iniziali, molto turbati da una miriade di preoccupazioni.

Questa era la gold corral, io ero molto indietro…

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Per me in particolare fu quasi un dramma, inizialmente, scaricando le bici dal pick-up, la mia era senza numero, era volato via nel tragitto dal residence a Copper mtn fino a Leadville, come raccontai lo scorso anno, il numero mi fu prontamente rimpiazzato da Abby Long, ma ebbi anche un altro grosso problema, la ruota anteriore mi si era sgonfiata a zero, e anche dopo esser stata gonfiata non teneva; furono attimi terribili, la corsa stava per partire e io avevo l’anteriore ad 1 bar!

Non mi persi d’animo, partii e in fondo alla prima discesa, ai laghi mi fermai ai piedi della salita e tentai di gonfiare con la bomboletta, senza tanto successo, la mia gara proseguiva affrontanto la prima salita, ero partito dall’ultima griglia e facevo sorpassi all’impazzata per recuperare, avevo una condizione splendida, ero al top.

In cima alla prima salita, il Sugarloaf, c’era il gazebo della Mavic e chiesi assistenza, me la feci gonfiare a 2,5 bar per esser sicuro. Non la toccai più.

in cima al Sugarloaf

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I sorpassi continuavano, in discesa come un pazzo, prima sull’asfalto, dove mi sedevo sul top-tube come i pro su strada e dopo giù dalla Powerline una tecnica e veloce discesa provata qualche giorno prima.

Il mio obiettivo era la Gold Buckle, finisher in meno di nove ore, e avevo i mezzi per farlo, ma purtroppo prima il problema all’anteriore e poi una foratura alla posteriore mi fanno perdere altro tempo ed energie.

La gara prosegue, passo gli amici messicani, Alfredo il più veloce lo prendo sul Columbine, nel video che mi ha girato nel sorpasso si vede che pedalo bene; high torque-high cadence, massima potenza ed economia, stavo scalando il GRAN PREMIO DELLA MONTAGNA A 3800 metri sul livello del mare, la gara più emozionante della mia vita, la condizione migliore della mia vita fino ad ora.

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Gli ultimi chilometri sono segnati da una lenta agonia, pochi crampi, gestibili, prima di risalire la Powerline (a ritroso) nel tratto asfaltato in falsopiano, mi diverto con un gruppetto di giovani ragazzi sponsorizzati, quindi semi professionisti (più o meno come me a parte i miei 44…), bici nuove e tirate, tiriamo come dannati cambiamo e ci stanchiamo, ma alla fine li stacco io! Ad un tratto non ricordo come ma spariscono e resto solo ad affrontare il Powerline. Un macello, scendo a piedi, sono circa al 130 esimo, guardo di continuo il garmin, sono sulle sei ore e mezza circa, si fa! Ci sono per le nove ore, se non fosse per altri dolori, ai piedi, alla schiena, a tutto, le energie vanno a zero e tu sei li a pochissimo, al 160 esimo chilometro ero a leadville, ma ce ne sono ancora 7 di km, si aggira una zona bassa del paese, si risale un letto di un torrente secco con pietre grosse, c’è il vento contro, ancora tanti minuti, e alla fine saranno 22, dopo le nove ore.

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Finisco 381 assoluto su 1400 arrivati ma i partenti erano molti di più, forse partendo da una griglia più avanzata o centrale e gestendo bene le energie, avrei potuto stare nei primi 200 e abbondantemente sotto le 9 ore. Ma questi sono altri discorsi.

Silver Buckle per me, tutta la vita…. great satisfaction!

Il Viaggio e l’avvicinamento.

Domenica sette agosto a Durango, duemila metri, quattro ore di mtb infinitamente belle e a tutta!

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Due giorni dopo arrivo a Crested Butte, siamo a 2900m, quando salgo lo Schofield Pass a 3400 accuso problemi di respirazione ma tranquilli, mancano ancora tanti giorni ed il mio corpo si sta già adattando alla rarefazione dell’ossigeno, rimpiazzando lentamente giorno dopo giorno il 2,3 bifosfoglicerato a livelli adatti per ben sopravvivere a queste alture.

A volte, anzi spesso, l’ignoranza generale e la mancanza di studio (o di pagarsi un coach…), fa fare o dire cose assurde a chi deve preparare un gara in altura; in realtà basta poco, molto poco.

Il giorno 13 agosto ero davvero al top della mia condizione, mi sono presentato a leadville con diecimila km nelle gambe e carico al punto giusto per poter fare davvero la gara della vita.

Si dice di leadville:

The Leadville Trail 100 is an icon of a race in the world of marathon cross-country mountain bike racing, and with this year’s racer head count topping out at just under 2,000 it continues to gain popularity worldwide. For 2016, there were racers from 22 different countries attending the race to bring home a prized gold belt buckle for bragging rights in their local cycling community. The race starts at 10,152 feet in elevation and features over 10,000 feet of climbing at over 10,000 feet with a high point of 12,424 to ensure everyone is at their limits.

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Leadville to Columbine to Leadville :: 100 miles (160km)

The Leadville Trail 100 is a race for the professionals who take the start, but for everyone else it is a battle. It’s either a battle to finish within a certain time, or to merely finish within the 12-hour cutoff. Completing the grueling course is an accomplishment and no matter the time or the placing, a celebration is in order.

Ciò che scrissi il 4 agosto 2016:

Diecimila kilometri, il jazz e l’improvvisazione.
ho sempre amato il jazz, principalmente per un motivo, la sua componente improvvisativa mi affascina. Non potrei vivere senza improvvisare qualsiasi cosa, qualsiasi azione, qualsiasi idea che mi parte dalla testa deve avere la sua componente improvvisativa.
Perchè improvvisare significa esplorare, mettersi alla prova ed affrontarla coi mezzi che si hanno “in tasca”.
In fondo fare una gara o affrontare una lunga prova col corpo e con la mente è simile ad eseguire, suonando, un brano jazz; esiste in tutto questo una parte composta, cioè scritta e arrangiata, e una parte improvvisata.
Ma il jazz non è il solo a sobbarcarsi questo onere, a sostenere questo “impegno” sulla legittimità dell’improvvisazione, anche mille anni prima, prima cioè che la musica afroamericana prendesse forma, successe la stessa cosa con la musica polifonica; quando i monaci eseguivano i canti Gregoriani, questi erano totalmente improvvisati, ricordati e riprodotti, ed ogni esecuzione era unica.
Ecco, l’unicità.
In quest’ottica, la preparazione diventa come un valore quasi non necessario, un “di più” che sotto un certo punto di vista non serve; raccogli il coraggio e le tue forze e valuta cosa puoi fare, improvvisando con le tue possibilità.
Vogliamo chiamarla consapevolezza? oppure, andando più in profondità, la capacità immediata di essere consapevoli su ciò che possiamo fare?
Bene, detto questo, fra pochi giorni il mio viaggio finirà, nello specifico, sono otto mesi che mi sto preparando per una PROVA, la Leadville 100 MTB, e il 13 agosto tutto finirà, o meglio, inizierà la parte più bella e più significativa del viaggio.
Cosa mi porto in Colorado? La consapevolezza di potercela fare? Sicuramente questo sì, rafforzata da diecimila kilometri percorsi in bicicletta in questi otto mesi.
Quanto influirà la mia capacità di improvvisare e quanto la mia preparazione?
Ora non posso saperlo, ma nel frattempo sono consapevole di essere, l’insieme di tutte le mie esperienze, le mie gare, tutte le situazioni che mi hanno costruito fino a qui per diventare più maturo e più forte, in una linea di partenza, come sempre gremita da altri atleti, tutti forti, tutti unici, tutti diversi e tutti uguali.
tutti uguali in fondo, ma diversi, perchè dove finisce il nostro corpo, inizia la nostra unicità.

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One night in Tunisa.

Molto probabilmente Dizzie Gillespie quando compose ONE NIGHT IN TUNISIA in realtà pensava a tutto all’infuori di quello.

A cosa si ispira un compositore, non tanto nell’opera in se stessa ma riguardo al titolo dell’opera stessa, è sempre un celato mistero.

Ne sono pienamente convinto.

Altrimenti non si spiegherebbe la bellezza ingiustificata e innominata di certi luoghi, mentre tutto ad un tratto ti rendi conto che stai assaporando la magica poesia di un posto e ti accorgi che hai appena dimenticato dove sei, e potresti essere ovunque.

Ecco perché Gizzie in realtà non voleva parlarci, con la sua musica, di una notte in Tunisia, cosa peraltro molto generica, ma piuttosto ad un’idea che lo “tormentava” in quel preciso momento, un’idea fatta di composizione, di improvvisazione, di movimento, di luce, di colore, di aria, di lingua e di parole.

Tutte cose che ho visto ieri sera, attraversando le saline di Cervia al tramonto, mentre assaporavo le luci, i colori, il movimento, l’aria, la lingua e le parole, cercavo la mia improvvisazione e mi perdevo in quel luogo.

E avrei potuto essere ovunque.

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Mi piace pensare che sia una Telecaster.

“Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione, andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in treno. La bicicletta siamo ancora noi, che vinciamo lo spazio ed il tempo; stiamo in bilico e quindi nella indecisione di un giuoco colla tranquilla sicurezza di vincere; siamo soli senza nemmeno il contatto colla terra, che le nostre ruote sfiorano appena, quasi in balia del vento, contro il quale lottiamo come un uccello.
Non è il viaggio o la sua economia nel compierlo che ci soddisfa, ma la facoltà appunto d’interromperlo e di mutarlo, quella poesia istintiva di una improvvisazione spensierata, mentre una forza orgogliosa ci gonfia il cuore di sentirci così liberi.

Sono parole di Alfredo Oriani scrittore e ciclista romagnolo che pubblicò nel 1902 il volume “La bicicletta”.

Ho scelto di utilizzare questo incipit perchè Alfredo era romagnolo ed in questo articolo voglio raccontare la mia esperienza, seppur in maniera fuggitiva, anzi fugace, al Rally di Romagna 2017, gara a tappe in MTB che si è svolta i primi cinque giorni del giugno scorso, ma non solo, il tema del viaggio e del viandante che affiora dal testo mi fa impazzire e mi richiama ad Hessiane memorie, esperienze interiori, di viaggi, appunto, di vita, di trasfigurazioni, di mutamenti, della vita che passa, accarezzando la concezione del tempo che trascorre ma che non ti fa invecchiare, ma bensì ti matura.

E’ un pò come parlare sempre del bicchiere mezzo pieno, io lo vedo così, sempre mezzo pieno e con la smania incessante di riempirlo di continuo, di trovare sempre una continua ed esaustiva positività, che esaustiva non è mai, in realtà.

Se la vita è un viaggio, allora le corse e gli eventi sono viaggi all’interno di viaggi, il viaggio va compiuto per assaporare e captare fino in fondo il percorso e scoprirne le peculiarità, in un viaggio cerco la fusione fra me stesso ed il tempo che mi circonda all’interno stesso del percorso, nel percorso ci saranno persone, cose, eventi, situazioni, piaceri e sofferenze, in un viaggio voglio trasfigurarmi, trovare e godere appieno di un arricchimento interiore che in realtà è un lungo processo di maturazione.

Il nome e la forza del viaggio è l’insieme stesso di tutte le descrizioni che fai e le sensazioni che provi.

Il Rally è una prova dura nell’arco di cinque giorni, cinque giorni in cui ho lottato spingendo al massimo che potevo ad ogni gara; perchè è così che si affronta una competizione, senza risparmio, perchè l’allenamento svolto fino a quel giorno ti deve aver preparato a ciò che devi affrontare, diversamente, stai a casa.

Cinque giorni a tutto gas, con la musica a palla che ti risuona nel cervello, con la tua voce che urla, con la batteria che picchia, con il basso che mena e con quella meravigliosa chitarra….

Mi piace pensare che sia una Telecaster.

qui in foto con Fabio Salvador, Portugal.

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Mangia per come sei fatto. Costruisci il tuo livello di fitness sulla tua routine.

Il segreto di una buona preparazione è costruire il proprio livello di fitness sulla propria routine.

Non dobbiamo rapportarci a nessuno tranne che a noi stessi; finchè non si comprende che il raggiungimento dell’obiettivo è sempre primariamente personale, saremo sempre in conflitto con noi stessi, perchè involontariamente cerchiamo di essere ciò che sono gli altri, emulando in maniera non molto positiva.

L’emulazione è positiva invece quando l’atleta a cui ci ispiriamo rappresenta una sorta di modello per noi, e cerchiamo di cogliere gli spunti che ci trasmette con creatività ed innovazione.

Ideando e rinnovando i nostri allenamenti; a volte cogliere uno spunto di un amico o di un atleta pro ci aiuta a rinnovare un giro in bici o a trovare nuovi tipi di allenamenti in piscina o di corsa.

Particolari come un determinato modello di scarpe o il perché l’uso di una certa gomma da mtb, possono aprirci un aspetto diverso che spezza la monotonia, se c’è, e ci induce ad una crescita personale rompendo un eventuale situazione di steady state.

Le persone, gli atleti che vogliono cimentarsi seriamente in uno sport, devono focalizzare la loro attenzione sulla concatenazione degli eventi che creano la propria routine.

L’esempio dell’atleta che corre per professione è eclatante; allenarsi sei giorni su sette, avere una giornata organizzata fra allenamenti, specifici e non, mangiare, riposare, comprese le sedute di massaggio, che fanno sempre parte del recupero.

Per questa routine possiamo mediamente considerare giornalmente: 4-5h di allenamento, 1 ora di esercizi a secco, 1 ora di massaggi e a seguire il reintegro alimentare, lo svago e il riposo.

per la routine del non professionista possiamo considerare 2h di allenamento mediamente al giorno, 8 di lavoro ed altre 6 ore fra svago e nutrizione.

considerando per entrambi un riposo notturno di 6-8h, ci si rende conto che la vita del professionista e quella del non professionista è si sostanzialmente diversa, ma con un comune denominatore importante e fondamentale: in entrambi i casi si lavora per cercare un ottimale livello di fitness nella propria routine.

Quindi, vorrei rivolgermi alla grande maggioranza delle persone che si cimentano in uno sport con passione e obiettivi personali, che non fanno dello sport la loro professione ma che vogliono prepararsi al meglio per il raggiungimento dei loro obiettivi.

Il processo di allenamento deve tenere conto di tutti questi fattori, l’allenamento non è solo l’uscita di ciclismo, di nuoto, la seduta a secco in palestra, l’allenamento è solo un aspetto, una specificità inserita in un arco temporale di ben 24 ore!

L’allenamento è la preparazione ad allenarsi!

Se voglio eseguire una sessione pomeridiana e al mattino c’è il lavoro, inizierò col cercare di coricarmi presto la sera, bere una birra di meno (o non berla affatto), alzarmi per tempo e fare una colazione completa, indossare calze a compressione che mi preparano e mi mantengono più attivo nel microcircolo cutaneo, fino ad arrivare all’ora di pranzo in cui il pasto sarà un pasto eccezionalmente indicato a supportare l’attività imminente senza essere esagerato e senza essere scarso.

Ecco, tutto questo è prepararsi ed allenarsi pensando in maniera integrata.

Lo stesso sarà per il recupero; un atleta che lavora su turni per esempio, si deve allenare a sostenere sessioni di allenamento dopo oppure prima il turno di lavoro, è una cosa totalmente differente basata su parametri assolutamente personalizzati che possono dare soddisfazioni molto significative sul piano personale ed anche prestazionale.

Una cosa è avere 8 ore libere centrali nella giornata ed eseguire una sessione, un’altra cosa invece è allenarsi integrando nella propria routine un turno di lavoro!

Tutto questo è possibile, usando le dovute accortezze; più facile per un triathleta, che riesce ad incastrare meglio allenamenti brevi di nuoto e di corsa in una giornata dove può già avere lavorato 8 ore.

Molti atleti amatori in realtà sono poco evoluti, parlo di atleti che non hanno un coach, personale o di team, e dal punto di vista tecnico sbagliano la somministrazione del carico di lavoro non tenendo conto della loro routine!

Copiano gli allenamenti degli altri, magari di persone che ruotano su un livello psicofisico totalmente differente facendo più danno che altro, pensano all’allenamento come ad un mero dato aggiuntivo alla giornata, considerano e dividono gli allenamenti in due blocchi, il carico e lo scarico, mentre non conoscono proprio il concetto di allenare zone intermedie fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi sportivi.

In merito a questo vorrei sottolineare l’importanza di una ripartizione delle intensità di allenamento, per esempio 75% Z2 e Z3, dove andremo a curare il fondo, il recovery, il tempo interval, il restante 25%  fra Z4 e Z5 dove attraverso svariate metodologie di HIIT oppure classici intervalli andiamo ad allenare la zona soglia oppure il massimo consumo d’ossigeno.

Concludo partendo proprio da questo che ho appena scritto; la qualità va contornata e ben predisposta, inutile allenarsi per il vo2max se si è stanchi o reduci da una serata in birreria, inutile fare 5 ore in Z1 perché le gambe non girano, inutile cercare di riempire per forza un contenitore (il nostro corpo) con situazioni fittizie e marginali quando non si ha un ottimale equilibrio che deve essere ricercato in tutta la nostra vita a 360°.

Un atleta è una persona.

Una persona può essere atleta.

Un atleta può fare il mestiere di atleta.

Un atleta può fare un mestiere differente.

Un coach aiuta in tutto questo.

Love the ride ❤

Samuele Peroni

Doublelife Coaching

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La sofferenza negativa che si tramuta in sofferenza positiva.

Quanto è importante riuscire ad allenarsi in solitudine, seguendo i
propri parametri allenanti e soprattutto riuscire a raggiungere livelli di sofferenza molto alti?
Molto, ma non tutti riescono.
la compagnia è sempre piacevole certo, ma allenarsi spesso o sempre in compagnia non è allenarsi.
ritengo che sia utilissimo, ai fini di una preparazione mirata ad un obiettivo agonistico, allenarsi da soli 7 volte su 10, mentre le restanti 3 volte sarà opportuno inserire allenamenti in zone di potenza o cardiache di fascia media e magari affrontare lavori in gruppo con cambi di ritmo sia su percorsi pianeggianti sia vallonati o anche in salita.
Succede spesso quando si debba uscire per “fare un rigenerante” di trovare amici singoli o gruppi, e allora in nostro rigenerante diventa un allenamento di carico in Z3 o addirittura Z4 cioè soglia!
Oppure può succedere che qualche amico ci segua “copiando” il nostro allenamento intervallato, nulla di più sbagliato; gli allenamenti sono sempre assolutamente personalizzati e validi per gli atleti che si sono sottoposti a test di valutazione che hanno generato parametri di lavoro su cui fondarsi.
Una difficoltà che spesso può presentarsi è riuscire a svolgere il proprio lavoro in solitudine, proprio perchè se nessuno ti sprona o ti insegue non si riesce a raggiungere il livello di intensità desiderato.
Ma è necessario imparare ad applicarsi in tali esercitazioni, ricordando che la sofferenza negativa contratta durante l’allenamento si tramuterà in sofferenza positiva che verrà poi impiegata in gara!
Come dicono gli americani: SE IN ALLENAMENTO FAI UNA GARA, IN GARA FARAI UN ALLENAMENTO, o ancora, IL DOLORE è LA DEBOLEZZA CHE LASCIA IL CORPO.

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Il ciclista che metteva la legna in cantina per bruciarla in estate.

Portare a termine un lavoro richiede pazienza, attesa, concentrazione, costanza, come la lettura di un libro dal quale si voglia assaporare fin nel profondo il suo significato. Ecco perché il titolo di questo scritto vuole fare il verso al celebre scrittore giapponese Murakami, che ha fatto del surrealismo nella sua scrittura, la migliore interpretazione che possa tessere le trame intricate della nostra esistenza. Surrealismo richiamato, in questo caso metaforicamente con, se vogliamo, un ossimoro, composto nel titolo dove si richiama l’azione di accantonare legna da ardere in un periodo in cui non serve produrre calore.

Produrre energia e prepararsi per.

Prepararsi per produrre energia e produrre energia per prepararsi. Giorno dopo giorno, vivere la propria vita per costruire il percorso che ci porta all’obiettivo prefissato, un obiettivo, ma in realtà un susseguirsi di tanti e relativamente brevi obiettivi che costituiscono il viaggio.

Si riempie e si svuota.

lasciatemi scrivere una poesia stasera. Posso alzarmi al mattino ed ascoltare Albachiara di Vasco Rossi e la sera frastornarmi fra le sofisticate fattezze del jazz, lasciatemi, è la mia estate, è l’estate di klingsor, il Monte Rontana è la mia Collina D’oro ed io vago col cappello di paglia fischiettando e bevendo vino rosso. Non c’è l’euforia di un giorno, purtroppo, c’è un lungo continuo consapevole di gioire nel silenzio muto che affoga dentro di me, pensando ai tuoi occhi che non mi tradiranno più, lo giuro. Da molti mesi non ho più un lavoro, fortunatamente ho una passione, il lavoro è noia e costrizione, la passione è la linfa quotidiana del vivere, è la fusione di me e di ciò che mi circonda che forse, gira come io voglio. mi abbandono all’alternanza, al continuo susseguirsi del mio corpo, il mio essere, che si riempie e si svuota, si riempie e si svuota, si svuota quando ama, si riempie quando quando è solo, si svuota quando corre, si riempie quando riposa ed è pronto a svuotarsi ancora ala prossima battaglia. La mia battaglia ora sei tu, mi sono svuotato per te ed ora mi devo riempire, da zero piano piano lento lento, ancora una volta mi riempiro ed ancorà darò.

Riempire, svuotare, riempire.

Il susseguirsi incalza, oggi sarò quello che sono e lo rinnegherò domani; riempio, svuoto, riempio all’infinito. Ora, io non so chi sono in realtà, certo, potrei sapere qual’è la mia funzione biologica come uomo, come essere umano, ma la mia anima è un’altra cosa, è unica ed inscindibile e forse anche indecifrabile. La mia e la vita di tutti è libera per il mondo a cercare la via per questo mistero che ci avvolge, che ci accompagna ogni giorno.

Io dichiaro di ignorare le trame di qualsiasi romanzo, perchè a conoscerle avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche pezzo dove sul serio lo scrittore sia riuscito ad indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà.

Con questo sistema, Federigo Tozzi dichiarava di scomporre intuitivamente qualsiasi libro.

Ma in fondo cos’è la poesia? Mi piace definirla il soffio della vita, la letteratura che respira e cerca di spiegare. Ma cosa? Se non il pretesto che cerca di incarnare e impersonare un desiderio che abbiamo dentro ed in cui dobbiamo assolutamente identificarci, in cui dobbiamo trovare un appagamento, una rappresentazione oggettiva dell’idea di moralità che vogliamo sviluppare.

 

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La salita del macello (parte 2) Il Protocollo di allenamento.

Proseguo il racconto sul viaggio in Colorado, riprendendo dal giro di Durango.

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Il giorno dopo parto per Crested Butte, altro pilastro della storia della MTB, dove, negli anni 70′ , il “paesello” diventa famoso per le gare dei primi Klunker, i pionieri della mtb che girano con le bici modificate chiamate appunto Klunker.

Vivo per due splendidi giorni all’International Hostel, luogo vivace e piacevole, dove soggiornano persone di tutti i tipi, amanti della natura, dell’outdoor, sportivi, donne, uomini, ragazzi, giovani e meno giovani, faccio conoscenze, bevo birre in compagnia, ceno, giro in mtb…

Salgo fino allo Schofield pass, 3400m slm, sento che non ancora sono abituato all’altura, pedalo piano e ho il fiato corto. Mi serve ancora tempo mi dico, e spero vivamente di riuscire. Non devo far altro che aspettare, dormire, mangiare e allenarmi (piano) in altura, sono a 2900 e questa è l’altitudine che mi accompagnerà nei prossimi giorni, fino a Leadville.

Il giro e il 2,3 bifosfoglicerato.

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In cosa consiste il mio protocollo? In primo luogo è stato necessario fare delle considerazioni sull’altura, quindi, considerare l’adattamento ematico che avviene naturalmente con la produzione di 2,3 bifosfoglicerato, un composto che modifica la curva di legame dell’ossigeno all’emoglobina, e si adatta nei suoi valori quando l’ossigeno “scarseggia”. Dopodichè sono partito col concetto che, più potente ero a livello aerobico (considerando nello specifico i due sistemi energetici che più mi interessano, “endurance parlando” ossidativo e glicolitico sia aerobico che anaerobico) e meglio potevo sopportare ed essere piuttosto efficace in una condizione di scarsità di O2.

E così ho fatto, introducendo già da dicembre lunghi allenamenti in bici, 90% aerobici (cioè dando stimoli al sistema glicolitico aerobico) e il restante con minime variazioni 10% sul glicolitico anaerobico. Da marzo in avanti, ho iniziato (volutamente tardi) a stimolare la frazione utilizzabile di VO2MAX, e così ho fatto per tutta la stagione fino ad arrivare al 13 agosto, giorno della gara, in cui stavo molto bene e ho chiuso la corsa di 167km in 9 ore e 22′.

Ore in sella e kilometri. Ne ho fatti tanti, mi sono presentato alla Leadville con oltre 10milakm nelle gambe, uscite da 140-170km su strada e fino a 120 in mtb, con molto sterrato e salite abbastanza lunghe; anche il volume ha fatto la sua parte, e più è fatto con qualità e meglio è.

La gara

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Sono stati quattro giorni magnifici, in compagnia degli amici messicani, Jorge Alfredo, Jorge Gab, Horacio  e Ruben. Avevamo base a Copper mountain, a circa 30km da Leadville.

Quando ho scattato questa foto ho capito perchè il luogo si chiama Copper Mount’n, pensavo fosse per le miniere di rame (cuprum in latino, copper in inglese…) invece è per questi colori del tramonto, nuvole e montagne color rame! (il pickup non centra nulla).

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Ci spostavamo con un mezzo “fuori di testa”, un grosso Dodge RAM 5.7 (lo vedete qui sotto), carica la bici e via!

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Nei giorni precedenti la gara abbiamo fatto sopralluoghi in punti importanti del percorso, fra cui la salita del powerline, che si fa al ritorno al 126° km e in discesa al 30°.

Com’è andata?

Al mattino c’erano 3°, erano le 5,40, tempo di scaricare la bici dal pickup, e mi accorgo che il numero era sparito! stranamente, solo il mio, era volato via col vento… dal cassone del furgone. abbiamo subito raggiunto la direttrice di gara Abigail Long e in men che non si dica mi fornisce un altro numero, dal 2054 passo al 2269, ma non cambia nulla, sono sempre in ultima griglia, mi aspetta una corsa tutta in salita.

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Ma la sfortuna infierisce ancora, nell’estrarre il tubo della pompa dalla valvola della ruota anteriore, mi esce tutto il corpo e la ruota si affloscia. La rigonfio prontamente, ma in griglia mi accorgo che la ruota non sta in pressione… panico, la ruota è circa a 1 bar e la corsa sta per partire, non posso gonfiare ora. Decido di partire così e ai piedi della prima salita mi fermo a gonfiare per non perdere troppo tempo nei confronti del gruppone che rallenta appunto per via della salita.

Ma purtroppo l’operazione non mi riesce bene, gonfio poco, riparto ma in cima alla prima salita c’è il gazebo della Mavic, mi fermo e me la faccio gonfiare a 2bar e mezzo, non conoscendo il problema, sto dalla parte del sicuro ed esagero per questo motivo. Infatti la ruota resta così per tutta la gara, era solo una questione di stallonamento.

Verso i 110-120 km buco al posteriore, sento l’aria che esce un pò, la ruota gira e il liquido che esce richiude dopo poco il buco, resto calmo e tranquillo, non mi fermo, il liquido fa il suo lavoro…. ma ogni volta che prendo un sasso un pò consistente il buco si riapre ma quasi subito si richiude.

La gara procede km dopo km, dopo i 130, devo far fronte a gestire diverse situazioni di crisi, qualche crampo, e dolore alle piante dei piedi, quest’anno purtroppo ne ho sofferto molto. La corsa procede, ho l’occhio sul Garmin, voglio stare sotto le 9 ore, voglio la Gold Buckle, sono a sei ore e mezza, sette, sette e mezza, otto, otto e mezza, a nove ore sono a 160km ma la gara non è ancora finita, sono a un passo da Leadville, non ci fanno passare dalla stessa strada asfaltata della partenza, ci aspetta un giro largo del paese, sempre su sterrato, che poi diventa un letto di un torrente secco, pieno di sassi e sabbia e c’è anche il vento contrario. Scendo e spingo, sono gli ultimi 4 terribili km pesantissimi che mi portano al traguardo in 9 ore e 22 minuti. E’ fatta.

La corsa è stupenda, sensazioni incredibili, tifo ovunque, vento, polvere, ore che passano via veloci, due litri e mezzo di glucosio, due pezzi di banana, 2 gel GU, un pò d’acqua. Basta, il resto è nelle mie gambe e nella mia testa.

La salita al Columbine è bellissima, ho postato anche il video su facebook, che mi ha girato Jorge Alfredo quando lo sorpasso, le gambe frullano bene, l’altura non so cosa sia, è il mio giorno, è come se pedalassi per salire il Passo Carnevale da Marradi a Palazzuolo, sali  a destra, e a sinistra ti scendono  i corridori che sono davanti a te, poi dopo tocca a te, scendo come un pazzo, prendo molti rischi, ma devo recuperare, i primi 100km di gara li pedalo a tutta, 85% della velocità massima, senza risparmio, la gara è quella ed è li che si deve correre.

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Sembra una tappa di un grande tour, spettatori, casino, moto, gazebo, grande organizzazione, grande coinvolgimento; siamo nel tutto.

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nove ore e ventidue minuti, il mio tempo per correre a Leadville, la corsa che incrocia il cielo, la mia salita del macello, la più breve ma sempre la più dura.

Tutto inizia sempre da qui, “arrivare in cima senza scendere”, è ciò che faccio ancor oggi.

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insisto coi selfie….

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ciao!

 

La salita del macello; la più breve, la più ripida. (parte 1)

Quando ero ragazzino, giravo con varie biciclette recuperate in vari modi, una di queste era un modello sport da uomo, molto grande per me e con rapporti ideali per la pianura. Nato e cresciuto a Brisighella, in questo paese scosceso e addossato su punte di gesso, per spostarmi dalla parte più bassa (la mia) alla parte alta, dove c’erano la piazza e il circolo dei giovani, dovevo “fare della salita”, la più breve ma anche la più ripida, era la salita del macello.

Ogni volta che la facevo era una sfida, prendevo poca rincorsa, non c’era modo di slanciarsi e bisognava spingere forte e specie negli ultimi dieci metri, la pendenza era ancora più marcata; era qui che per ben due volte, tranciai il manubrio in corrispondenza con l’innesto nel piantone, tale era la forza che imprimevo sulle braccia, quando in piedi cercavo in tutti i modi di arrivare in cima senza scendere.

Tutto iniziò da li, “arrivare in cima senza scendere”, è ciò che faccio ancor oggi, alla soglia dei quarantacinque anni, ogni volta che salgo sulla mia mtb per fare una corsa.

Dicembre 2015, la mia nuova sfida si chiama Leadville, un paese di minatori, nel Colorado centrale, “arrivato” dal vecchio west con poche “modifiche” e se non fosse per l’asfalto sulla Main e il Silver Dollar Saloon che fa bella mostra di se all’ingresso sud del paese, la zona più vicina alla vecchia miniera, si potrebbe essere ancora davvero nel vecchio west.

167km di gara sulle Rocky Mountains, una ultramarathon in mtb, distanza, dislivello e altura, quella vera, quella del Colorado, la zona più perfetta al mondo per pedalare in quota, con shorts e maglietta. I manicotti? servono più che altro a proteggersi dalla polvere, secca e abrasiva quando spinta dall’onnipresente vento, ma te li togli subito perchè a pedalare viene caldo.

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Durango. Facciamo un passo indietro, domenica pomeriggio sono a Durango, nel sud del Colorado, Agosto è la stagione del monsone, piove spesso, poco, in posti diversi. Quel pomeriggio piove sull’Animas Mount’n, abbastanza forte, io salgo fino ai 2400, il tempo per scaldarmi, cadere duramente dalla bici, anche, e riscendere per infilarmi nel Ned’s park, fare un paio di passaggi nell’intricato trail e una volta la bella Star Wars, una specie di Pump in discesa, ricca di paraboliche naturali su un percorso battutissimo ipercompatto.

Ma ll  bello viene quando imbocco, dalla parte opposta della città, un sentiero che avevo trovato studiando una mappa, l’Horse Gulch trail, che in men che non si dica ti porta al di fuori della città, ma come per magia, a pochi metri da essa.

E’ un pò il bello, questo, di girare e scoprire sentieri; vedere dove ti portano, seguire il flusso, la curiosità, la voglia di scoprire, di divertirsi.

Dentro questo sentiero imbocco diverse diramazioni, che mi portano sul famoso “telegraph”, molte volte avevo esaminato su strava i giri di Overend e Grotts, e spesso parte dei loro giri ricalcava questo sentiero.

Durante il giro incontro un locals, subito lo saluto e lo lascio andare, poi dopo qualche minuto, ci ripenso, lo inseguo, ci presentiamo e gli manifesto il desiderio di accodarmi a lui, per fare esperienza in quei magnifici trails!

Ne saltano fuori quattro meravigliose ore, duro e tecnico come dico io, c’è tutto, la fatica e il divertimento, l’allenamento completo di tecnica e potenza, siamo al TOP.

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10mila km, jazz, improvvisazione.

ho sempre amato il jazz, principalmente per un motivo, la sua componente improvvisativa mi affascina. Non potrei vivere senza improvvisare qualsiasi cosa, qualsiasi azione, qualsiasi idea che mi parte dalla testa deve avere la sua componente improvvisativa.
Perchè improvvisare significa esplorare, mettersi alla prova ed affrontarla coi mezzi che si hanno “in tasca”.
In fondo fare una gara o affrontare una lunga prova col corpo e con la mente è simile ad eseguire, suonando, un brano jazz; esiste in tutto questo una parte composta, cioè scritta e arrangiata, e una parte improvvisata.
Ma il jazz non è il solo a sobbarcarsi questo onere, a sostenere questo “impegno” sulla legittimità dell’improvvisazione, anche mille anni prima, prima cioè che la musica afroamericana prendesse forma, successe la stessa cosa con la musica polifonica; quando i monaci eseguivano i canti Gregoriani, questi erano totalmente improvvisati, ricordati e riprodotti, ed ogni esecuzione era unica.
Ecco, l’unicità.
In quest’ottica, la preparazione diventa come un valore quasi non necessario, un “di più” che sotto un certo punto di vista non serve; raccogli il coraggio e le tue forze e valuta cosa puoi fare, improvvisando con le tue possibilità.
Vogliamo chiamarla consapevolezza? oppure, andando più in profondità, la capacità immediata di essere consapevoli su ciò che possiamo fare?
Bene, detto questo, fra pochi giorni il mio viaggio finirà, nello specifico, sono otto mesi che mi sto preparando per una PROVA, la Leadville 100 MTB, e il 13 agosto tutto finirà, o meglio, inizierà la parte più bella e più significativa del viaggio.
Cosa mi porto in Colorado? La consapevolezza di potercela fare? Sicuramente questo sì, rafforzata da diecimila kilometri percorsi in bicicletta in questi otto mesi.
Quanto influirà la mia capacità di improvvisare e quanto la mia preparazione?
Ora non posso saperlo, ma nel frattempo sono consapevole di essere, l’insieme di tutte le mie esperienze, le mie gare, tutte le situazioni che mi hanno costruito fino a qui per diventare più maturo e più forte, in una linea di partenza, come sempre gremita da altri atleti, tutti forti, tutti unici, tutti diversi e tutti uguali.
tutti uguali in fondo, ma diversi, perchè dove finisce il nostro corpo, inizia la nostra unicità.

 

Lo stile

Nel progettare ogni tipo di azione che abbia un suo dinamismo c’è una solennità.

Lo stile è ciò che fa la forma, la forma non esiste senza stile. Procedere con i propri rituali quotidiani è dare stile alla forma,  è dare un nome a se stessi, è cucirsi una pelle addosso e ancora, avere un colore, distinguersi, portare avanti una propria bandiera.

C’è un qualcosa di più dietro ad un giro in bicicletta, ad un caffè preso per strada, dietro ad un libro scoperto per caso oppure ad un libro ritrovato e riletto; c’è un rivelare agli altri e rivelarsi a se stessi la propria ed intrinseca originalità.

Immersi nell’apoteosi della narrazione infinita, ci prepariamo ogni giorno alla vita per poi raccontarla il giorno dopo. Ci prepariamo per le competizioni, per i titoli, per gli appalti, per concludere un percorso, per arrivare alla fine di un percorso e all’inizio di un altro, per poi sederci nuovamente e raccontarlo.

La vera libertà è seguire il proprio percorso liberamente, ogni particolare della nostra vita è un frammento indispensabile, indissolubile, unico ed irripetibile che va a completare il nostro disegno, il nostro progetto, nella sua globalità che in se racchiude tutto; la specificità è la vista dell’insieme finito nella sua totalità.

Nella vita che scorre c’è l’impercettibilità del passare del tempo, degli anni. Gli anni non sono la misura del tempo in realtà, io la vedo più come una sinusoide che scandisce eventi simili nel suo arco, temporale appunto. Questa sinusoide si alza e si abbassa mentre tu ti senti sempre il “te stesso” di sempre, in tutto questo c’è il nostro operare quotidiano come se avessimo sempre quindici o vent’anni; avere idee, farle subito e velocemente, perchè domani ci sarà da fare altro, perchè il futuro deve ancora arrivare, anzi non esiste, come non esiste il presente perchè i secondi che passano lo fanno diventare già passato, ed anche il passato non esiste, esiste ciò che è stato e che ti ha costruito fino a quel dato momento.

Fare rifare e costruire. Ecco, forse questo è il segreto, anche se di segreti non si può parlare, perchè l’arte e la scienza sono di tutti, tutti ne fruiscono più o meno e forse anche, a volte, inconsapevolmente.

la nostra vita sarà la fusione di tutte le ore, i minuti i secondi e di tutte le azioni che facciamo perchè farle è costruire il nostro progetto, il nostro progetto sarà globale, totale, non esisterà un momento, un frammento della nostra giornata in cui non lavoriamo nello specificità del nostro progetto; ecco, la specificità, la globalità, l’insieme totale delle nostre azioni, sarà questa la via da seguire, non ci saranno casi sporadici oppure casi troppo programmati, ci sarà un continuum di specificità.

tutto ciò che facciamo è specifico per ciò che dobbiamo fare; non relegheremo ad un tempo definito tutto il nostro progetto, perchè esso è ben definito e spalmato su tutto il nostro tempo.

perchè, nel progettare ogni tipo di azione che abbia un suo dinamismo c’è una solennità.

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